L’esecutivo ribadisce che le misure rimangono quelle annunciate e il Parlamento riceverà, probabilmente lunedì, il disegno di legge con l’impianto previsto, lo stesso che sarà rispedito anche a Bruxelles entro il 13 novembre.

Il governo non arretra: la manovra resta com’è, le misure rimangono quelle annunciate e il Parlamento riceverà, probabilmente lunedì, il disegno di legge con l’impianto previsto, lo stesso che sarà rispedito – identico – anche a Bruxelles entro il 13 novembre, entro cioè le tre settimane previste dalle regole per l’interlocuzione con l’Unione europea. Una prospettiva di fronte alla quale la Commissione non resta però a guardare. In queste ore il presidente, Jean Claude Juncker, ha continuato a tessere la sua tela, tastando il terreno e cercando di capire gli umori all’interno dell’Unione, e lo ha fatto coinvolgendo con una telefonata ad hoc un protagonista eccellente, la cancelliera tedesca Angela Merkel, schierata con Bruxelles nei rapporti con Roma. Che l’Italia sia ormai “il caso” all’interno dell’Europa è apparso peraltro evidente nel corso della consueta conferenza stampa di Mario Draghi, dedicata quasi esclusivamente alla manovra italiana. Il numero uno della Bce si è detto “fiducioso” sulla possibilità di un accordo, alzando però contemporaneamente un muro di fronte alle ipotesi di un possibile intervento di Francoforte e lasciando così a due contendenti l’onere di trovare una soluzione. Nel gioco delle parti degli ultimi giorni a Roma l’esecutivo ha quindi ribadito ancora una volta la disponibilità al dialogo, “ma sulle nostre posizioni”, ha chiarito immediatamente Salvini. I margini di trattativa restano dunque formalmente scarsi, soprattutto di fronte ad una compagine di governo che il premier Giuseppe Conte definisce “coesa” e “senza paura” e che coesa appare in effetti nel ripetere insistentemente che l’Italia è un paese solido e che non vuole uscire dall’euro. Ma anche che, come riaffermato da Paolo Savona, la legge di bilancio resterà “tale e quale”. Posizioni riassunte anche da Luigi Di Maio che, ancora una volta, polemizza con il commissario Pierre Moscovici: “siamo disposti al confronto e al dialogo con la Commissione, – ha detto il vicepremier – ma vorrei che,durante questo dialogo, Moscovici si ricordasse delle sue parole quando era ministro e si rendesse conto che ciò che vale per la Francia non può non valere per l’Italia. Siamo entrambi due Paesi fondatori e siamo entrambi due Paesi sovrani. Sì al dialogo, ma noi andiamo avanti!”. Lega e Movimento 5 Stelle sono più che convinti che la manovra sarà in grado di spingere la crescita, innanzitutto con gli investimenti. Gli stanziamenti ammontano a circa 6 miliardi nel 2019, attivabili sia a livello centrale che locale. Sia i Comuni che le Regioni potranno inoltre alleggerire i propri bilanci e rendere subito spendibili in opere pubbliche risorse altrimenti bloccate (per le Regioni si parla di circa 800 milioni). Con un monitoraggio trimestrale l’andamento dei conti sarà costantemente tenuto sotto controllo in modo da non sfondare in nessun modo il tetto del 2,4% di deficit e di rimodulare eventualmente le risorse in caso di necessità. Le imprese che dal rilancio degli investimenti dovrebbero essere direttamente coinvolte, non sono però affatto convinte. Anzi. Da Confindustria arriva una sonora bocciatura con un presidente, Vincenzo Boccia, tradizionalmente piuttosto pacato, ma che questa volta si definisce “molto arrabbiato”. “Non si può governare il Paese prescindendo dalla sostenibilità economica, non si può governare un Paese dicendo che te ne freghi dello spread e di Moody’s. Poi pagano gli italiani, famiglie e imprese”, avverte il numero uno degli industriali.